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infermiereL’immagine professionale ed il decoro professionale. Tutti chiediamo che venga difesa. Che gli enti deputati a farlo (vedi IPASVI) lo facciano con forza e costantemente. Ed è giusto pretendere che lo facciano. Eppure tutti noi, ogni santo giorno, sia che siamo al lavoro, sia che partecipiamo a delle trasmissioni televisive e quiz a premi (ogni riferimento reale è del tutto VOLUTO) , sia che prendiamo parte a discussioni pubbliche o private, concorriamo a danneggiare o esaltare la nostra immagine professionale nel momento in cui ci dichiariamo infermieri. Il Codice Deontologico è chiaro ed esplicito ma ovviamente non troppo analitico in merito. E allora quando rispettiamo e concorriamo ad esaltare la nostra professione? Provo a declinarlo. Ogni volta che:

Anche quando indossando un camice, un fonendoscopio intorno al collo, una giacca e cravatta, in corsia come ad un convegno come ad un tavolo tecnico  siamo orgogliosi di chiamarci infermieri;

Quando siamo orgogliosi di chiamare collega un bravo professionista che non lavora in corsia o che non lavora direttamente nell’erogazione di servizi sanitari ma che esprime altrove con successo ed etica il valore dell’infermieristica;

Quando diffidiamo e contestiamo colleghi che fanno di tutto per NON farsi chiamarsi infermiere anteponendo  le proprio  posizioni e ruoli all’inquadramento professionale;

Quando lottiamo per avere i migliori infermieri nelle dirigenze e nelle istituzioni politiche invece che distruggere aprioristicamente le dirigenze e le istituzioni politiche;

Quando ogni volta che esplicitamente o implicitamente la società sa che siamo infermieri, riusciamo a presentarci, a parlare, argomentare, disquisire con cultura, idee e spessore indipendentemente dal contesto e dal tema;

Quando non ci sminuiamo mai e poi mai con lo scopo di allontanare le responsabilità ed i guai;

Quando non cerchiamo la comodità dell’ombra ma pretendiamo il rischio della luce;

Quando non fuggiamo dalla relazione  indipendentemente da chi ha bisogno di noi (sia un assistito, una persona giuridica, un collega o a chiunque serva il valore dell’infermieristica);

Quando facciamo sì che tecnica, titoli, ruoli,  posizioni non siano un ostacolo alla relazione di aiuto che è elemento disciplinare e scientifico, connotante la professione,  e mai caritatevole o improvvisato;

Quando non smettiamo di domandarci e di interrogarci se quello che facciamo ha senso e persegue un obiettivo di salute fisica, mentale,  sociale, culturale, politica, economica;

Quando non pretendiamo dal singolo e da noi stessi in quanto singoli di rivoluzionare un sistema ma cerchiamo e pretendiamo reti, inclusione, gruppo, coesione, propositività per rivoluzionare un sistema;

Quando lavoriamo per una identità comunitaria e comune;

Quando smettiamo di gettare fango sulla professione con parole ed azioni ma ci fermiamo per capire di cosa ha bisogno la professione e cosa possiamo fare, o cosa non stiamo facendo, per darle ciò di cui ha bisogno;

Quando lasciamo da parte il vittimismo fine a sé stesso;

Quando cerchiamo e ci lasciamo contaminare da ogni percorso di studio, sia nel nostro ambito lavorativo, che professionale, che in ogni altro ambito anche artistico e letterario. Perché lo studio e la cultura in ogni loro forma ci fanno crescere come persone e quindi anche come infermieri;

Quando il nostro essere infermiere esiste, e lo fa con vita propria;

Quando ironizziamo su noi stessi con intelligenza e non con volgarità o disfattismo;

Quando rispettiamo tutte le professioni e gli altri profili socio sanitari e non abbiamo paura della loro evoluzione non perché siamo “buoni o fessi” ma perché siamo sicuri della nostra professionalità, del nostro sapere specifico e della nostra capacità evolutiva.... e perché siamo i primi a pretendere questo dagli altri.  

Quando riconosciamo i nostri limiti ed evitiamo di pontificare esattamente come in questo caso perché nessuno è capace, in fondo in fondo, di seguire alla lettera questa lista compreso il sottoscritto che la ha pensata (:-D)

Siamo ciò che decidiamo ogni giorno di essere e nessuno può aiutarci in questo.

Nicola Draoli, infermiere. 

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