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demansionamentoParlare di demansionamento per un Presidente di Collegio in poche righe è un impresa ingenerosa e autolesionista. Ingenerosa perché è un fenomeno che merita un analisi approfondita in termini etici, deontologici, normativi, professionali. Autolesionista perché la percezione di demansionamento tra noi infermieri è così elevata che qualunque apporto che tenti di affrontare il fenomeno con modalità più riflessive rischia di generare dissenso e incomprensione a prescindere.

Tra i miei mandati però, a mio avviso, vi è anche quello di generare discussione e posizionamento in virtù della rappresentanza professionale che esercito. Ecco perché vorrei portarvi quello che penso io sul fenomeno e spero che generi dibattito proficuo. Perché il fenomeno del demansionamento a me preoccupa per un motivo e uno solo in particolare: che forse evidenzia prima dello sfruttamento organizzativo la mancanza di una disciplina infermieristica.

Il Demansionamento  lontano dalla persona

Ritengo che il fenomeno del demansionamento sia piuttosto semplice da affrontare nella sua comprensione, meno nella sua risoluzione, ogni volta che si parla di atti lontani dalla persona. Indipendentemente dalle sentenze, che certo servono a dare forza e significato di azione, ogni volta che noi infermieri andiamo a compiere atti che non comprendono direttamente o indirettamente l’assistenza alla persona possiamo parlare di atti demansionanti o, meglio, deprofessionalizzanti in particolare quando potrebbero essere eseguiti da altri e quando ci distolgono - appunto - dal “letto del malato”. Esempi banali: trasportare campioni biologici, trasportare letti vuoti da un punto A ad un punto B, svolgere attività burocratiche su mole documentale non clinica, rifare un letto non occupato. Esistono molte figure che possono farlo al posto nostro, dagli amministrativi agli oss, ota o adb ad altro personale non qualificato. La questione dovrebbe essere affrontata con le singole organizzazioni e chiedere, in base alle peculiarità clinico assistenziali del setting lavorativo, la presenza in loco di tale figure o un pool circolante a chiamata che se ne occupi e questo banalmente risolverebbe il problema se non del tutto almeno in larga parte. Poi certo non è facile ottenerlo siamo d'accordo. Certamente richiede che tali atti siano comunque molto presenti perché è anche assurdo, a mio avviso, partire da un banale “questo non lo faccio” nell’orientamento del buon funzionamento organizzativo se tali atti sono marginali al computo dell’impegno globale. Per fare un esempio banale: i medici con cui ho lavorato non hanno mai (o almeno quasi mai) posto un problema sul trasportare un ecografo per una consulenza, sistemare un lettino per la visita successiva, pulire la sonda dell’ecografo dopo una visita etc. Certo non è pensabile immaginare di avere a fianco, non solo noi ma tutti i professionisti sanitari, una specie di “galoppino” attivabile a mò di segretario personale su ogni minima azione che non richieda assistenza diretta. Sulla standardizzazione abituale di certe attività è invece possibile iniziare un percorso che chieda alle organizzazioni, come detto, servizi esterni o interni che se ne occupino. Prima di procedere in tal senso bisognerebbe almeno fare un analisi tempo correlata dell'impegno che riteniamo demansionante. E se nel promuovere queste analisi le organizzazioni possono essere reticenti, certamente possiamo farla noi come professionisti per generare dati e non chiacchiere.

Il Demansionamento vicino alla persona

Ma il discorso cambia ogni qual volta che andiamo a considerare l’assistenza diretta. Non si può definire a prescindere se un atto alla persona assistita sia demansionante senza prima effettuare un anamnesi, indagare la complessità assistenziale e conoscere la storia di una persona. È demansionante eseguire un igiene ad una giovane momentaneamente allettata dopo un intervento al femore? Sì se indagato il bisogno abbiamo definito che l'igiene non è necessaria (quindi una pratica inappropriata) o che potremmo attribuire l'intervento ad un OSS (quindi una pratica non esclusiva). E se quella giovane allettata per lo stesso motivo fosse lì in seguito ad una colluttazione per uno stupro? Sempre se appurato che l'igiene è necessaria eseguirla è attività che richiede competenze relazionali complesse da affiancare al solo atto oppure no? E l'infermiere esperto in questo senso non farebbe la differenza in un atto che isolato potrebbe essere demansionante ma inserito nel contesto della storia della persona richiede particolari attenzioni per evitare che sia un ulteriore momento traumatico che andrà ad incidere sul buon recupero psico fisico? E quell'infermiere non potrebbe coinvolgere un familiare invece di sostituirsi ai bisogni di base della persona? L'atto alla persona è demansionante solo se ci approcciamo con fare acritico e sistematico . Si dimentica sempre di partire dalla persona. Cosa è semplice o complesso? Attinente o no alla professione? Non è un ragionamento sull'atto. Mai. È un ragionamento sulla persona. Gli strumenti professionali li abbiamo in particolar modo nel processo di attribuzione che possiamo applicare con gli OSS. La battaglia da intraprendere in questo senso è allora chiedere più oss a cui attribuire le attività che noi valutiamo. Quindi le domande che dobbiamo porci cambiano e sono: abbiamo un numero adeguato di oss? Abbiamo il tempo e la capacità di valutare la persona? Riusciamo e soprattutto vogliamo stilare un piano assistenziale? (non parlo di tassonomie e modelli teorici, parlo di approccio culturale/professionale sul processo di nursing anche vergato su un foglio bianco purché comprenda una valutazione e si ponga un obiettivo). Siamo in grado di attribuire? Il sistema ci permette di valutare e quindi attribuire attività dandoci tempo e strumenti? Parlando di assistenza alla persona fermarci a "questo sì questo no" non solo non smuove di una virgola il problema ma soprattutto non fa evolvere la professione. Non possiamo analizzare un atto come demansionante e la differenza è sottile ma sostanziale. Non dovremmo chiedere all'organizzazione di “evitare” l'atto che noi riteniamo demansionante in quanto tale, ma chiedere di poter esprimere la nostra professionalità (in termini di strumenti, modelli e risorse umane) che andrà a definire dopo una nostra valutazione se quell'atto A) serva davvero B) è opportuno che sia fatto da noi C) è attribuibile. L’atto è solo un ponte tecnico, su cui io ho o non ho certificazioni nel mio percorso formativo professionale, che si pone in mezzo tra una valutazione e un obiettivo da misurare. Il Professionista non si identifica nell’atto ma nella certificazione diagnostica e nella certificazione degli esiti che mi rendono quell’atto esigibile. L’altra grande battaglia per affrancarci da questo fenomeno è chiedere e volere modelli assistenziali diversi. Perché un modello funzionale, o per compiti, che comporti ad esempio il famigerato giro letti da ora X a ora X è di per sé automaticamente demansionante, in quanto standardizza i comportamenti e nega in partenza ogni logica valutativa e discernente che un professionista dovrebbe porre in essere. Ci vorrebbe poi il coraggio di allontanarsi come professione da determinati setting. Plaudo all’aver tolto l’infermiere dai reparti di ostetricia perché la presenza infermieristica lì – contestualmente a quella ostetrica che è la prima figura assistenziale di riferimento - genera inevitabilmente demansionamento. Vale davvero la pena cominciare a tirare fuori il coraggio di chiederci se in un determinato contesto l'infermiere serva oppure no. Chiaro che colleghi con limitazioni lavorative importanti rischiano di essere inseriti in contesti demansionanti ma questo è un altro problema ancora e non lo affronto qui.

Per concludere. Se lottare per contrastare il demansionamento ogni volta che la persona non è contemplata è un percorso da intraprendere da affrontare insieme con sempre più forza, quando parliamo di assistenza il vero demansionamento è non poter esercitare valutazioni assistenziali, non definire problematiche professionali, non poter conoscere la storia della persona assistita, non porsi obiettivi assistenziali, non organizzarsi il lavoro autonomamente, non attribuire, non certificare i nostri atti. Questo perché ogni disciplina scientifica degna di questo nome non si identifica con nessun atto decontestualizzato. Se continuiamo ad affiancare le analisi su cosa sia demansionante ai singoli atti vuol dire che stiamo ammettendo a noi stessi, al mondo professionale e alle Aziende, che siamo una professione tecnica e non intellettuale. E allora sì che potremo essere sostituiti con facilità dopo un corso di formazione sulle intramuscolo agli OSS e sugli accessi venosi ai TSRM.

Nicola Draoli

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