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giornaliIn questi giorni chiunque (e intendo chiunque) sta affrontando la vicenda delle  5 morti di parto in Italia in rapida successione. Ci sono molte posizioni interessanti sia da parte dei cittadini che da parte degli operatori sanitari. Il tentativo è quello di capire, di analizzare, di migliorarci sempre.

Cosa voglio aggiungere qua ai papiri e papiri di parole dette, molte strumentali, molte rabbiose, molte viscerali? Due cose in realtà .

Da tempo ormai il mondo sanitario cerca di far capire alla popolazione che assiste che le risposte che da quotidianamente non sono sempre sufficienti. Che la salute è un territorio di complessità tale da rendere impossibile analizzare, inquadrare, prevedere e mantenere la sua tutela. Che anche quando questa salute sembra instradata sul corretto binario può accadere qualcosa che ne devia improvvisamente la corsa. Che non tutto è controllabile. Che non tutto si comprende. Che la medicina (intesa qui come somma delle scienze del sistema salute) è in fin dei conti una scienza probabilistica, una scienza funambolica che si muove sempre ondeggiando pericolosamente tra il beneficio e il danno – sia quest’ultimo derivante dall’agito che dal non agito. In mezzo la variabilità del singolo e delle organizzazioni. E per singolo non intendo solo l’assistito ma anche l’operatore sanitario e quel mondo attribuibile al rischio clinico che raccoglie errori spesso inconsci e spesso non eliminabili alla radici. Mi è molto piaciuto ad esempio lo sfogo dei colleghi che trovate QUI

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Vi è insomma tutta una gran rivendicazione a dire al mondo che siamo umani.  Che nessuno si diverte a veder morire una madre di parto. Che nessuna organizzazione si modella contortamente per produrre questo tragico risultato.  Perché, però, si legge continuamente che il pensiero comune è quello del “non può succedere?”.

 La colpa è nostra. Anzi se devo essere specifico è più dei professionisti medici ma solo per motivi storici e di visibilità e non per altro.

Per anni e anni il medico in TV, in Radio, in ogni mezzo mediatico è stato portatore di un messaggio: noi possiamo tutto. Vi curiamo e vi cureremo sempre meglio. Voi dovete solo affidarvi. Quel concetto di medicina paternalistica che ha reso la persona alla mercé di un dottore demiurgo infallibile, estremamente fallace nei meccanismi comunicativi ed informativi. Un dottore che non conosceva  la medicina difensiva. Mi scuseranno gli amici medici se quindi mi sto chiedendo se tutti i movimenti bellissimi che si stanno creando per demecanicizzare, umanizzare, sistematizzare pongono una toppa ad una distorsione percettiva che noi abbiamo creato e nessun altro. Noi che quando i media snocciolavano (e tutt’ora lo fanno) traguardi e grandi risultati siamo stati e stiamo beatamente a sorridere e compiacerci di noi stessi invece di portare cautela e realismo.  Perché quel nostro sorriso di compiacimento l’utente lo guarda. L’utente lo osserva il luminare che nella trasmissione della mattina sulle reti tv pubblicizza se stesso e i trattamenti che adopera con toni entusiasti.  E ne ricava sempre un messaggio: noi non possiamo fallire. E invece possiamo. E falliamo continuamente. Esattamente come ogni uomo. Esattamente perché se la medicina deve essere umana essa non potrà anche non essere fallimentare.

Detto questo, portiamo un po’ di dati. Istituto Superiore di Sanità: 50 morti l’anno (poco più di quattro al mese). Da 4,6/100.000 in Toscana a 13,4 / 100.000 in Campania. Di parto in Italia si muore perché le complicanze pre intra e post gravidanza ci sono. Ci sono sempre state da quando esiste l’uomo. Però si muore meno che in altre parti del mondo. Secondo unicef e le stime da loro prodotte(novembre 2015),ogni anno 303.000 donne nel mondo muoionoper complicazioni legate alla gravidanza o al parto. Altre10 milionipatisconolesioni, malattie e infezioniche possono provocare sofferenze per tutto l'arco della vita. Il tasso di mortalità materna (calcolato come numero di decessi per 100.000 parti) è mediamente di12nei Paesi industrializzati (e quindi noi stiamo sotto la soglia) e di500 nell'Africa a sud del Sahara. Chiaramente questo dipende da una molteplicità di fattori diversi: dal sistema sanitario presente sul territorio, alla cultura, al livello di istruzione, al numero di operatori sanitari, al benessere economico, alla fertilità, ai metodi contraccettivi, all’età gestazionale (troppo precoce o troppo avanzata). Troppe variabili. Troppe. Ma servono a dire al mondo che il parto non è qualcosa che avviene come nella visione naturalista, immaginifica e beatificante, di un percorso fisiologico esente da ogni rischio proprio perché biologicamente presente in ogni donna. Non è affatto così.

Si muore così poco che una morte in più genera un risultato negativo per la struttura, tale da impattare significativamente sui bersagli di performance valutativi .  Che cosa accade quindi? Accade che i media ne parlano così tanto e così a lungo da rendere eccezionale qualcosa che non lo è (anche se tutti noi speriamo che lo diventi). Da svegliare di soprassalto la popolazione da una loro errata convinzione e dando in pasto una notizia vera ma distorta nella sua analisi. Perché nel frattempo, esempi come quello della nostra collega Jenny Giannini che abbiamo encomiato qualche settimana fa per aver agito positivamente su un parto precipitoso, passa nell’indifferenza più o meno generale. Perché è normale che ci siano esempi di sanità andati a buon fine. Certo che è normale. Tutto è orientato a questi risultati. Tutto deve tendere a rendere prassi il buon esito. Ma normale non lo è mai. Perché l’essere umano non risponde a logiche standardizzabili. Perché ci sarà sempre un elemento che sfuggirà al nostro controllo.

La Lorenzin è chiaro che manda gli ispettori e non per dare conferme alle paure eppure è proprio quello che accade. Cosa dovrebbe fare il Ministro se non dare un segnale ai cittadini?  Scatta poi l’ansia del miglioramento nelle parole  rassicuratrici della Lorenzin. “elaboreremo nuove linee guida”. Benissimo. Ma le linee guida si aggiornano continuamente con o senza il richiamo della Lorenzin che così dicendo non fa che confermare le ansie di tutti. Il punto è che non si aggiornano così su disposizione. Che necessitano di evidenze scientifiche prodotte dalla ricerca tutta tese a dare linee di indirizzo diverse o (attenzione) UGUALI a quelle in uso fino ad adesso. Che le evidenze non si producono a comando e in breve lasso di tempo.

Cosa fare? Esiste chiaramente un analisi importante da approfondire sugli aspetti organizzativi anche questi generativi di un misunderstanding drammatico.  Ascoltando la tv che intervistava random passanti sulla questione ho sentito un signore dire “eh beh certo! Ci hanno chiuso il punto nascita di “paesino in montagna” perché dicevano che era pericoloso e vedi che succede”. Ecco, questo mi ha molto colpito. Abbiamo proprio tanto da fare per farci capire. Bisogna proprio investire moltissimo sulla comunicazione, sui processi relazionali, sull’educazione sanitaria. Bisogna creare alleanze, forum, incontri con i cittadini. Devono sentirsi coinvolti e partecipi in un percorso, devono sentirsi responsabilizzati. Bisogna dare loro gli strumenti per valutarci correttamente, la cultura per poter esigere una sanità diversa. Viceversa non riusciremo mai a far confluire le nostre visioni in questo caotico mondo dove troppe suggestioni errate arrivano a minare un rapporto fiduciario già tanto complicato. Certamente hanno un ruolo le istituzioni tutte ma questo cambiamento comunicativo può e deve passare da noi tutti. Ogni volta che ci mettiamo in contatto con un nostro assistito. 

Nicola Draoli

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