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facebookHo scritto più volte di quanto l’uso dei social sia insidioso. In queste ore stanno circolando alcune foto oscurate di colleghe sul luogo di lavoro che si ritraggono insieme a dei pazienti che so essere state fatte in buona fede e con il benestare degli assistiti e addirittura su loro espclita richiesta.

Però, cari colleghi, deve essere chiaro, chiarissimo, che la tematica dell'uso improprio dei social ha ormai ampie basi a sostegno per un loro accorto utilizzo nell'ambito delle norme che regolano e tutelano la privacy e in ambito generale e con l'aggravante del professionista che le viola nei suoi mandati professionali, i codici di comportamento aziendali, il nostro codice deontologico (art 42, 26, 28), e linee guida della FNOPI . Il codice di comportamento aziendale ci vieta di fare foto in divisa sul luogo di lavoro. Fine, poco da discutere. Giusto? Sbagliato? Così è. Esiste una circolare del Ministero della salute che invita a riflessioni profonde circa l’uso dei social per non incappare in lesioni della privacy , nella spettacolarizzazione che mette in crisi il rapporto fiduciario professionista – assistito. Ma se le norme non bastassero perché rinunciare ad usare il buon senso?

Vorrei infatti affrontare la questione su un aspetto che non prevede sanzioni e che, a mio avviso, dovrebbe essere il primo e ultimo motivo per cui bisogna prestare particolare attenzione: il rapporto fiduciario con i pazienti.

Noi dobbiamo metterci in testa due cose. La prima è che più cerchiamo e otteniamo strategie di collaborazione con i cittadini più abbiamo possibilità che le nostre istanze siano recepite e il nostro lavoro migliori. Purtroppo però il “mondo” sanitario non è un mondo comprensibile all'esterno. Non ancora e non del tutto. E peggio che mai quando si parla di “Pubblico”.

I nostri assistiti immaginano una partecipazione dei sanitari ai loro drammi che non è solo empatica ma simpatica. Una persona estranea al nostro mondo, se ci parlate senza filtri, vi accorgerete che vive di pregiudizi ancora pesanti e sull'infermiere e sull'infermiere del pubblico impiego in particolare.

Ci immaginano come se dovessimo vivere con eguale sofferenza i loro patimenti e trovano stonato e irrispettoso anche solo immaginare che durante il nostro turno possiamo prenderci un break come da Contratto, farsi una risata per una storiella divertente tra colleghi, o stendere le gambe dieci minuti. Con riguardo alla pericolosità della diffusione di informazioni personali sui social network, si è espresso di recente il Garante per la protezione dei dati personali (seppur in una vicenda che non riguardava l'attività medico-sanitaria), affermando che l'"estrema pervasività" della divulgazione di dati personali tramite i social network è idonea ad aggravare estremamente le potenziali violazioni dei diritti della persona che siano perpetrate con tali mezzi.

Ma la sensazione di pervasività sui dati personali supera il mero inquadramento fattuale del volto o del nome. Nella coscienza pubblica, difatti, basterà solo sapere che in quello scatto, pur non intravedendo nessuno in particolare, si SAPPIA che a pochi cm vi era il nostro caro per far scattare un senso di invasione violenta nella nostra vita nel suo momento più vulnerabile, ovvero la malattia proprio in virtù di quel senso distorto sul lavoro pubblico nell'ambito della salute. Come vedete è una questione di sensibilità che supera le norme tutte. Questo è l'aspetto che dovremmo tenere a mente. Che rischiamo di incrinare un rapporto con il cittadino che è già delicatissimo di suo e che potrebbe essere, invece, se rinsaldato e consolidato, il viatico per ottenere i migliori esiti di salute, di riconoscimento e crescita professionale, di benessere organizzativo.

Per farvi capire i reali pericoli, che non riguardano la nostra persona che sarà oggetto di sanzioni più o meno gravi, ma i rapporti fiduciari e strategici della professione intera con gli assistiti ecco alcuni commenti alla circolare del Ministero sui social presi da siti web generalisti

“Ma accidente, ci vuole proprio un intervento del ministero anziché una coscienza personale? Assurdo! “

“Teniamo presente che quando entri in ospedale, trovi dappertutto cartelli che ordinano di spegnere i cellulari perché possono interferire con le apparecchiature. Ma evidentemente, questo vale solo per cittadini: forse che i cellulari del personale sanitario sono diversi dai nostri? “

“Ma la gente non va al lavoro per lavorare? Va per farsi i selfie? “

“Vogliono far vedere quanto so fighi in camice e con stetoscopio..“

“Una ulteriore prova che il buon senso, l'operare con "la diligenza del buon padre di famiglia" è andato a farsi friggere! “

“Ridi e scherza poi succedono le tragedie. Questo è un lavoro di responsabilità. “

La tutela della nostra immagine passa anche da questo, da ciò che siamo e ciò che facciamo ogni giorno, non solo dalle carte bollate degli avvocati o dagli istituti di rappresentanza.

In questa epoca digitale succede che venga normale come bere un bicchiere di acqua documentare un momento di condivisione positiva anche sul luogo di lavoro, ma quando questo viene esportato all’esterno e strumentalizzato avremo un più o meno nutrito pubblico di persone che identificherà il gesto come espressione di leggerezza o di malcostume.

Diventa poi molto difficile, a seguito di ripercussioni civili o penali o deontologiche, giustificare quell'istantanea fatta con sovrappensiero e con una motivazione sana.

Colleghi, ve lo dice uno che ama i social e parlare della professione sui social, ma ve lo dice anche il vostro Presidente che sa bene quanto eventuali foto in corsia possano essere fatte con indole positiva, che sa bene che se sono state scattate era perché il setting di cura era in sicurezza. I professionisti sanitari da sempre, come ogni altro lavoratore, si sono presi un minuto di pausa per farsi uno foto. Solo che prima non c'era facebook!  Ma diventa complicato a seguito di una denuncia giustificarsi.

Evitiamo foto in divisa nei setting di cura. Evitiamo di andare in giudizio disciplinare aziendale o ordinistico ma soprattutto evitiamo di andare al giudizio della cittadinanza. Nel mondo social è facilissimo compiere un passo falso che vanifica anni di buono lavoro. Evitiamolo colleghi!

Nicola Draoli, 06/05/2018

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