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cochraneInteressante anzi interessantissima revisione Cochrane sulla prescrizione farmacologica da parte di infermieri e farmacisti nei paesi dove questo è possibile normativamente e professionalmente. Lo studio lo trovate qui:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27873322

e qui una sintesi in italiano

http://www.doctor33.it/politica-e-sanita/revisione-cochrane-farmacisti-e-infermieri-sanno-prescrivere-i-farmaci-come-i-medici/?xrtd=YLRAAXLLCSVYLAXVTRYLYV

Sono le conclusioni in particolare ad essere decisamente interessanti. Mentre leggevo mi stavo già immaginando che la sintesi dello studio avrebbe probabilmente puntato su un appropriatezza economica per via del minor costo dei professionisti coinvolti. Forse un miglioramento degli outcome in termini di aderenza alla terapia. Invece il risultato mi ha colpito in senso ancora più positivo e vorrei invitarvi ad una riflessione in tal senso. Cito da Doctor33:

Secondo gli autori, la revisione offre sufficienti rassicurazioni sul fatto che i prescrittori indipendenti, appropriatamente sottoposti a training, possano prescrivere in modo altrettanto efficace quanto i medici nel caso di pazienti in condizioni a lungo termine. In particolare, si suggerisce che infermieri e farmacisti potrebbero essere un utile supporto nei centri per la gestione di patologie croniche, quali per esempio cliniche diabetologiche o per il trattamento dell'ipertensione. Peraltro, si rileva, non è noto se tale attività prescrittiva indipendente determini un risparmio complessivo di costi considerando anche il training necessario e la sua durata. 

Insomma...è uguale. E dove sta la positività? La positività sta nel fatto che la motivazione al risparmio economico nello sviluppare competenze contendibili e non esclusive (un infermiere costa meno di un medico) è da sempre croce e delizia del nostro mondo professionale e del mondo sanitario in generale. Da una parte ha sempre offerto il viatico d'oro per poter puntare ad evoluzioni professionali (quante volte ci siamo sentiti dire che potevamo appoffittare di questo nostro minor costo al sistema?)  ma contemporaneamente un' arma a doppio triplo e quadruplo taglio. Intanto è di per sé avvilente immaginare tra le righe che la motivazione allo sviluppo di competenze delle professioni sanitarie possa essere legato al solo risparmio diretto, e poi frena ogni evoluzione contrattuale perchè - altrimenti  - dove starebbe poi il guadagno nel sistema? E quante volte ci siamo sentiti dire che se certe cose erano diventate appannaggio del nostro agire era per una mera questione economica? Intendiamoci: sono banalizzazioni mal scritte e mai formalizzate ma sicuramente serpeggianti in alcuni tipi di ragionamenti. E invece no. È uguale. Questo vuol dire che l'appropriatezza è organizzativa e non clinica. Vuol dire che la prescrizione - come ogni altra cosa - ha senso se il professionista che la esplicita esercita la propria specifica disciplinare all'interno di un percorso definito. Il paziente è in un percorso dove è affidato per quota prevalente ad un infermiere? Questo infermiere allora valuta e tratta il bisogno rilevato, afferente alla propiria disciplina scientifica, anche con una prescrizione farmacologica se è formato per farlo (che certamente è limitata a casi particolari: sappiamo che tale possibilità avviene per lo più in casi mirati sulla cronicità). Valuto il dolore con strumenti validati? Individuo un bisogno? mi pongo un obiettivo? e in mezzo....In mezzo l'atto. Che è anche prescrittivo e autonomo se possibile. Senza risparmi. Senza differenze in termini di outcome clinici. Né migliore, né peggiore. Uguale. Perché non esistono professioni migliori o peggiori, più economiche o più esose. Esistono solo le professioni che servono al paziente; esistono solo professionisti che esercitano la propria scienza; esistono infine solo sistemi che mettono in grado i professionisti di esercitare la propria scienza nel contesto giusto al paziente giusto. QUESTA è appropriatezza definitiva. Perchè, infine, come sempre, l'atto non identifica un professionista e non connota un sistema sanitario che è fatto di percorsi con un inizio ed una fine dove gli atti nel mezzo costituiscono la staccionata e non certo la strada . Il professionista è identificato dal ragionamento diagnostico che può mettere in campo e dagli obiettivi che si pone e che cerca di risolvere, a volte da solo, a volte in sinergia con altri professionsiti. L'atto muta e muterà sempre. Anche l'atto prescrittivo quindi, certo. Bene così...sperando che prima o poi anche in Italia si arrivi ad osare un poco di più.

Nicola Draoli

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