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bufale webIl senso di questo editoriale vuole essere un richiamo anche e soprattutto a tutela di chi, come infermiere, si espone pubblicamente, compresi i social che sono assimilabili a informazione a mezzo stampa, con posizionamenti anti scientifici e che rischia un doveroso richiamo disciplinare. È compito di ogni ordine quello di intervenire su incaute dichiarazioni pubbliche, indipendentemente da chi lo amministra. Non bisogna confondere la libertà di parola con le conseguenze che questa libertà può portare che nel caso di un professionista ordinato sono anche conseguenze disciplinari.

Dobbiamo ricordandoci il nostro duplice ruolo, di professionisti della salute con un pensiero pur critico e indagatore ma sempre collettivo e il nostro individualismo come liberi cittadini che rispondono solo a noi stessi e a nessun altro. Confondere i due aspetti non è solo pericoloso ma viola quindi importanti aspetti dell'etica e della deontologia. Non fa certo piacere a nessuno ritrovarsi in una situazione del genere ed ecco perché riteniamo importante  analizzare insieme un fenomeno che merita approfondimento. Gli ultimi due casi: una ragazza morta a 18 anni di leucemia dopo aver rifiutato la chemioterapia; Una 34enne di Rimini che quattro anni fa venne operata per un cancro alla mammella all’ospedale di Santarcangelo e che,  nonostante i ripetuti tentativi dei medici di convincerla, ha anche essa rifiutata le cure portandola alla morte.

Ebbene è noto il diritto costituzionale al rifiuto delle cure, nonché la libertà di scegliere la cura o la non cura che più riteniamo idonee al nostro specifico essere umani. Anche dal punto di vista bioetico, però,  per il principio di autonomia, la persona ha il diritto, in tutte le età e le fasi della vita, di disporre di sé stessa nella misura consentita dalle evidenze etiche e dalla legge,  scegliendo se accogliere o rifiutare l’aiuto offerto dall’esterno. Ma la scelta deve essere consapevole e responsabile e gli operatori sanitari devono essere il tramite di questa consapevolezza e responsabilità. Tolto il camice o la divisa si può decidere di seguire ogni percorso convenzionale o non convenzionale, ma da professionisti non possiamo far ragionare o dare adito a ragionamenti che nascono da nostri preconcetti individuali e personali. Nostro preciso dovere, non solo in termini di responsabilità professionale, ma sopratutto etici e deontologici, è quello di fornire tutti gli elementi di scelta alla persona. Elementi che devono però necessariamente farsi pregni di ciò che le evidenze e la ricerca medico scientifica hanno prodotto.

Il nostro codice deontologico parla chiaro in merito:

Articolo 11
L'infermiere fonda il proprio operato su conoscenze validate e aggiorna saperi e competenze attraverso la formazione permanente, la riflessione critica sull'esperienza e la ricerca. Progetta, svolge e partecipa ad attività di formazione. Promuove, attiva e partecipa alla ricerca e cura la diffusione dei risultati.

Articolo 12
L’infermiere riconosce il valore della ricerca, della sperimentazione clinica e assistenziale per l’evoluzione delle conoscenze e per i benefici sull’assistito.

 

Secondo Popper una teoria scientifica non è mai vera ma solo temporaneamente valida fino a quando non viene sconfermata. Anzi è proprio il fatto che possa essere sconfermata a renderla scientificamente valida. Questo è solo un criterio tra i tanti ma che ben risponde all'assunto che la scienza non solo non ha timore di essere messa in discussione ma vive di questa possibilità che, se mancante, impedirebbe alla scienza stessa di progredire. Il punto è che il metodo che tenta di sconfermare una prassi deve avere le stesse basi scientifiche di indagine. Altrimenti non è scienza. È opinione e anedottica. È quella logica, ovvero, che potrebbe farci dire  “poiché viaggiando in auto a 200 km/h diverse volte al giorno non ho fatto incidenti e non ho riportato ferite, allora andare in auto a 200km/h è prassi del tutto sicura portando la mia esperienza personale come prova a supporto”. Approfondiamo ancora:

Ci dice il dott. Di Grazia:

“La scienza sicuramente ancora non conosce tutto e sicuramente ancora è ad un livello minimo rispetto alla conoscenza "totale". [...] Se le prove dicono che una "cura" non ha effetti, perché c'è sempre chi dirà che gli effetti li ha avuti personalmente?
Tra le tante spiegazioni possibili, dall'effetto placebo agli errori di valutazione, la possibilità che quella giusta sia la più complicata, ovvero che tutti gli studi e l'evidenza sbaglino, è davvero difficile. l'Effeto placebo è già un modo per "curarsi", anche se in realtà non si "prende una medicina" vera. In realtà, in caso di placebo, non assumiamo nulla di "funzionante", nessun principio attivo e quindi non c'è una sostanza con un effetto reale, oggettivo dal punto di vista materiale ma la sostanza scatena in noi una serie di meccanismi fisiologici, psicologici e comportamentali che possono ottenere un miglioramento, a volte reale, a volte solo percepito.

Questi miglioramenti sono talmente reali da essere addirittura misurabili!
Ma esistono altre spiegazioni. Se ad esempio studiamo una pratica non scientifica e gli esperimenti ci dicono che non funziona, questo significa che su 100 prove (sto semplificando), solo 2 hanno mostrato risultati, ovvero la cura non ha efficacia perché quei due miglioramenti potrebbero essere dovuti a qualsiasi altra cosa. Le due persone migliorate però potranno giurarci: la cura è servita. Un'altra spiegazione è che spesso si confondono avvenimenti normali e conosciuti con gli effetti di qualcosa che abbiamo fatto. Se incrociamo le dita ed un esame ha esito positivo, incrociare le dita "porterà fortuna", lo abbiamo visto con i nostri occhi ma senza riflettere che probabilmente quell'esame sarebbe andato bene facendo qualsiasi cosa o anche niente.”

(Salvo Di Grazia, http://medbunker.blogspot.it/2015/04/ingannati.html)

Cosa distingue un esperto da un falso esperto? Continua il dott. Di Grazia...

“Il "falso esperto" si basa proprio su argomenti non scientifici o difficilmente smentibili per uscire "vittorioso" (dal suo punto di vista) dal dibattito, è la sua caratteristica, il suo punto di forza. Gli argomenti del "falso esperto" si basano tutti su:

1) Teorie del complotto.
2) Citazione di altri falsi esperti.
3) Selezione di studi non autorevoli, falsi o non attinenti.
4) Interpretazioni personali della realtà.
5) Manipolazioni, illazioni e fallacie.

[...]

Al contrario uno scienziato o un vero esperto deve limitarsi a dati reali (anche se fossero pochi ma che siano veri), deve usare cautele e condizionali, non deve fare affermazioni stupefacenti, caute, non può interpretare personalmente i risultati della ricerca scientifica e si basa solo su fatti oggettivi [...]Il "confronto" non può esistere quindi perché il vero esperto o colui che basa le proprie informazioni su quelle fornite dalla scienza, ha dei limiti da non sorpassare, gli stessi che l'esperto "fai da te" sorpassa regolarmente ed anzi è proprio questo il suo scopo. Non a caso il "false balance" prevede che sia uno scienziato "serio" che debba smentire il "ciarlatano" quando dovrebbe essere l'esatto opposto: chi ha l'idea "eretica" dovrebbe dimostrarne la veridicità andando contro il parere della comunità scientifica, se ci riesce ha fatto una scoperta, se non lo fa resta un ciarlatano mentre non deve essere mai lo scienziato ad impegnarsi nella demolizione delle bufale scientifiche, è tempo perso.”(Salvo di grazia, http://medbunker.blogspot.it/2015/06/il-falso-fattore-dellequilibrio-nella.html)

Ecco perché anche a noi infermieri è chiesto ogni giorno, in ogni momento in cui ci riveliamo agli altri come professionisti,  di scegliere  se agire da esperti reali o da “falsi esperti”. E la scelta non è opzionabile, né da un punto di vista giuridico nel momento in cui si lavora all'interno di un servizio sanitario pubblico che si avvale, ed intende avvalersi, solo di esperti in determinate scienze (mediche, infermieristiche, ostetriche etc) né dal punto di visto deontologico. Non vi sono alternative da mettere in campo, se non quella di conseguire un dottorato di ricerca e impegnare la propria vita a dimostrare con stessi metodi che le nostre convinzioni controcorrente sono valide. Perché così ragione un professionista che ha una scienza di appartenenza. 

 

Nicola Draoli

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